
Oggi in carcere giornata vuota. Quel che per il
mondo è festa (il pranzo con amici e parenti, la passeggiata in centro,
la gita in montagna a scarpinare un po’ di neve) qui sono cortili
deserti, intravisti da lontano, attraverso le sbarre.
Niente visite a
Capodanno, come del resto succede per tutti i giorni festivi. Sospese
anche le attività interne, scuola, laboratori, biblioteca, palestra.
Ho trascorso le due ore d’aria camminando lungo i muri del cortile destinato
alla sezione “nuove giunte”, un vascone di cemento che esibisce in
bella vista, sotto l’occhio vigile delle telecamere, due osceni
pisciatoi.
In tutto quel cemento ho cercato invano una crepa, una
fessura che lasci trapelare qualche traccia di natura, magari un filo
d’erba: niente.
Il silenzio che grava intorno è rotto solo dai passi
delle detenute in marcia cadenzata sul duro pavimento: camminano
svelte per scaldarsi e smaltire l’immobilità forzata. Mi viene in mente
la “Marcia dei carcerati” di Van Gogh: figure di vinti, uomini
intabarrati, a capo chino, tranne uno che, a capo scoperto, fissa in
volto il testimone fuori dal quadro, con una muta domanda.
Le mie
compagne camminano a piccoli gruppi. Qualcuna, sfidando il freddo, ha
steso per terra un telo e intavolato una partita a carte.
Cerco uno
spicchio di sole, dove sedermi a leggere e, improvvisamente, alzando lo
sguardo al cielo, scopro un rettangolo di terso cobalto, non solcato da
nuvole né da voli: come un artificio, un’illusione ottica che accresce
il senso della non-vita di questo non-luogo.